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Quando si parla di reti fantasma molti immaginano solo delle attrezzature da pesca galleggianti nel mare, una sorta di romantica ragnatela bianca, che fluttua pacifica nel blu. La realtà è purtroppo ben peggiore dell’immaginabile. Il video del nostro ultimo intervento ne è la prova.

Le prime reti fantasma emergono dall’Area Marina Protetta del Plemmirio

foto by @Claire Foster

foto by @Claire Foster

Le ghostnet sono molto spesso lunghi pezzi di sporche reti da pesca impigliati negli scogli di qualche fondale, dei grovigli di plastica e fanghiglia avviluppati attorno ai corpi morenti degli animali che continuano a rimanere trappola di queste attrezzature senza più padrone.

Nonostante queste reti non servano più allo scopo per il quale sono state progettate, dopo il loro abbandono proseguono a uccidere per anni: milioni di uccelli, cetacei, pesci, ma anche invertebrati e tartarughe marine seguitano a cadere vittima del loro intreccio mortale, prima che il mare riesca finalmente a “disinnescarle”, disgregandole in piccoli pezzi di plastica, letali in altra maniera.

Nel Mediterraneo il 10% di tutti i rifiuti marini derivano da attrezzature da pesca: 4000 sono le tonnellate stimate di questi oggetti che finiscono in mare all’anno, senza che la notizia faccia scalpore. Parliamo chiaramente di stime, molto probabilmente al ribasso. C’è chi ha calcolato che in Europa addirittura il 20% di tutte le attrezzature da pesca, sia professionali che amatoriali vengano perse ogni anno.

foto by @Claire Foster

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La complessità di raccogliere dati sul fenomeno impedisce di rendersi conto del vero impatto delle ghostnet sulla fauna marina, che rimane sicuramente devastante. Le reti fantasma hanno infatti anche un effetto “a cascata”: gli organismi catturati attirano altri predatori, che vengono a loro volta intrappolati tra le maglie delle reti, in un circolo vizioso che minaccia la biodiversità marina.

Le ghostnet danneggiano anche l’habitat e impattano le specie bentoniche, sia piante che animali, alterando il funzionamento stesso dell’ecosistema del fondale, in alcuni luoghi interamente ricoperto da strati soffocanti di reti composte da polimeri sintetici.

foto by @Claire Foster

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La Campagna Ghostnet si focalizza proprio su queste criticità, individuando e quando possibile rimuovendo tutti gli attrezzi da pesca abbandonati nel nostro Mar Mediterraneo. Non sono solo le reti a poter diventare “ghostnet” infatti. Laggiù, dove gli sguardi terrestri si posano di rado, troviamo anche lenze, nasse, ami, piombi e qualunque altra attrezzatura da pesca deliberatamente o accidentalmente abbandonata in mare.

La prima operazione della nuova campagna si è svolta il 9 ottobre scorso. Gli operatori dell’Area Marina Protetta del Plemmirio (SR), durante un’immersione di controllo, ci hanno avvertito del rinvenimento di una rete di tipo tramaglio, valutandola abbandonata da almeno tre mesi.

Il tramaglio, la rete da posta più utilizzata nelle nostre acque, è formata da tre strati di reti calate in verticale nella colonna d’acqua, ogni strato reca una dimensione della maglia diversa.

Quando un animale penetra all’interno della rete centrale con maglia più piccola forma un sacco da cui il pesce non riuscirà più ad uscire.

foto by @Claire Foster

foto by @Claire Foster

La segnalazione è stata rilevante sia per il suo posizionamento, si trovava infatti nella Zona A del Plemmirio (area in cui qualsiasi attività antropica è interdetta) sia perché il tramaglio era ancora in grado di pescare attivamente. La decisione di intervento è stata dunque immediata.

Dopo aver ricevuto l’autorizzazione dalla Guardia Costiera di Siracusa in accordo con il Consorzio Plemmirio, gestore dell’Area Marina Protetta, la nostra squadra ha iniziato a pianificare l’intervento di rimozione.

foto by @Enrico Salierno

foto by @Enrico Salierno

Per arrivare preparati a questo tipo di intervento abbiamo dedicato l’intera settimana precedente all’addestramento, con il supporto di Fabio Portella e il Capo Murro Diving Center. Dalla selezione dell’equipaggiamento necessario alla ripetizione delle procedure in acqua, fino allo studio minuzioso dei sistemi di sicurezza, è così che la squadra si è formata per la buona riuscita dell’operazione.

Insieme ai subacquei del diving center ci siamo quindi immersi la mattina dell’11 ottobre, e grazie alla precisione della segnalazione abbiamo individuato subito la rete fantasma ad una profondità di circa 33 metri. Durante questa immersione esplorativa abbiamo però scoperto che la ghostnet, a circa metà della sua lunghezza, era avviluppata a una seconda rete, per un totale di circa quattro chilometri di lunghezza.

foto by @Claire Foster

foto by @Claire Foster

Con il supporto in superficie dell’unità della Capitaneria di Porto e del gommone dell’Area Marina Protetta sono poi iniziate quindi le operazioni di recupero: i subacquei hanno cominciato a tagliare le reti nel loro punto di incrocio. Quattro tronconi sono stati inviati, uno per volta e con l’ausilio di palloni di sollevamento, in superficie.

Non appena emerse, le reti sono state recuperate dal gommone del Diving Center e trainate oltre i confini della Zona A dell’Area Marina. Ecco che a questo punto, in appoggio all’operazione è subentrata anche la nave di Sea Shepherd Global M/Y Sea Eagle. Con il suo equipaggio composto da oltre 18 persone, ha atteso e recuperato ogni frammento di rete, liberando tutti gli animali superstiti ritrovati, restituendoli vivi alle acque Siracusane.

foto by @Enrico Salierno

foto by @Enrico Salierno

Ci sono voluti tre giorni di immersioni per completare il recupero di oltre quattro chilometri di reti, con un peso stimato di 5,5 tonnellate. Un fardello che ha riempito sette sacchi da capienza industriale da un metro cubo ciascuno. Tre giorni trascorsi all’insegna della fatica, ripagata però dalla consapevolezza di aver salvato tantissime vite.

A causa dell’uso di plastiche non biodegradabili, protagoniste indiscusse dell’attuale industria ittica, il cui sforzo di pesca è comunque in costante aumento in Mediterraneo, la minaccia delle reti fantasma non scomparirà senza un approccio concreto. Noi partiamo da qui, con quello che sappiamo fare meglio: l’azione diretta.

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2022-11-22T13:53:13+01:00

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